Gli hacker in Italia
Ultimamente in tutti i giornali o blog del mondo leggiamo:
“Un gruppo di hacker ha trafugato 130milioni di numeri di carte di credito”, “Twitter scompare dalla Rete per alcune ore”, “cyber guerra tra hacker russi e ceceni”.
Cronache che talvolta sfociano nel mito e che tirano in ballo i famigerati stregoni digitali, persone spesso giovanissime in grado di fare con l’informatica cose che a noi, semplici utenti quotidiani di pc e internet, fanno tremare i polsi.
“Ma è un errore dei media, in questi casi stiamo parlando di criminali informatici. Gli hacker sono tutt’altro! Persone curiose e capaci, che lavorano sul futuro. Sono stati gli hacker che hanno di fatto costruito internet”.
Chi parla è Raoul Chiesa, “smanettone” storico in Italia: ha iniziato a “bucare” sistemi a 13 anni, nell’86, una carriera che nel ’95 l’ha portato a violare la rete di Bankitalia. E al conseguente arresto.
“L’ho fatto perché il Web da noi all’epoca era agli esordi e quello era uno dei primi siti su cui mettermi alla prova, era una questione di adrenalina, senza fare danni e senza rubare nulla – spiega Chiesa – il giudice fortunatamente capì che era la bravata di un ventenne: patteggiammo, e non andai in prigione”.
Un pezzo di storia dell’hacking italiano, comunità da sempre riconosciuta all’interno del movimento mondiale, apprezzata per le capacità di creazione di software e strumenti innovatori. All’ultima convention “Black Hat Briefings” di Las Vegas, incontro tra aziende e hacker sulla sicurezza organizzato da Jeff Moss – ex “incursore” informatico ora schierato da Obama nella Homeland Security – la rappresentanza internazionale più vasta era proprio quella italiana.
Raoul Chiesa nel 1997 decise di mettere a frutto le proprie capacità e fondò una società che si occupava di sicurezza informatica, la prima in Italia. Ora <<@Mediaservice.net>> è una realtà a livello mondiale, una delle ormai molte nel nostro Paese che vedono hacker o ex tali occuparsi di rendere sicuro quello che prima cercavano di forzare: “Per proteggere un sistema bisogna sapere come attaccarlo”.
È la corrente legata alla “sicurezza” della comunità, alla quale si affianca quella più politica che si occupa di diritti digitali, di informatica etica, che propone un approccio critico agli strumenti digitali che usiamo per lavoro o per divertimento.
“Una tradizione che inizia negli anni Ottanta con il cyberpunk e che porosegue fino a oggi, di fatto, accompagnando la diffusione dei computer e di Internet nel nostro Paese”, racconta Clatto, professionista milanese di 36 anni, membro del gruppo che ogni anno dal ’98 organizza “L’Hack-Meeting”, la più grande manifestazione italiana di cultura hacker.
“Noi lavoriamo per la full disclosure, non vogliamo fermarci alla scatola chiusa del pc con Windows o al Web modellato da Google. Vogliamo spiegare quali sono le cose che non funzionano, non solo a livello tecnico, nell’informatica di tutti i giorni”.
Ecco chi sono gli hacker, da non confondere dunque con i cosiddetti “cracker”, pirati che entrano nelle reti per fare danni o, peggio, rubare!
“L’atteggiamento è come quello dei bambini piccoli verso i giocattoli nuovi – spiega Clatto – Vogliamo capire come sono fatti, e allora li smontiamo, li analizziamo, per poi ricostruirli, magari anche con caratteristiche migliori”.
Un’attività che inizia da ragazzini, 14-15enni con doti innate che iniziano con un’incursione nella loro chat preferita ( IRCnet ), magari per far vedere le proprie capacità agli amici. Poi arriva l’impegno in qualcosa di più serio, studiando e provando ( spesso camminando sul filo dell’illegalità ), fino a una “fine carriera” poco dopo i trent’anni, un po’ come succede con i calciatori.
“Cambiano le prospettive della vita, non hai più voglia di rischiare come quando eri giovane. E siccome non siamo ricchi come i calciatori, a un certo punto bisogna mettere a frutto le competenze con un lavoro”.
D’altronde per un guru dell’informatica trovare un impiego non è di certo un problema. La strada per chi ha certe capacità si apre a carriere ben pagate, nell’ambito della sicurezza digitale o in quella accademico, nelle aziende produttrici di software fino alla politica.
Molte aziende fanno a gara per assicurarsi le prestazioni di questi geni del computer.
Come succede a Vincenzo Iozzo, ventenne studente al Politecnico di Milano, nei mesi scorsi ha scoperto un bug nel sistema operativo MacOs e anche la possibilità di rubare i dati contenuti negli iPhone. Queste imprese gli sono valse diversi articoli sui giornali, l’invito a conferenze sulla sicurezza e un’offerta di lavoro da parte di Apple.
Etica Hacker, altro che pirati… quelli sono tutt’altra cosa!
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